| La posizione di Seneca, chiara fin dall'inizio del brano,
diventa, a mio parere, sempre più estrema man mano che si procede
nella lettura della lettera: Seneca afferma che bisogna concedere al corpo
solo quanto basta a mantenerloin salute, senza affaticarlo, perché
l'eccessivo sforzo (labor) si rivela doppiamente sfavorevole nei confronti
dell'atleta: da un lato perché non potrà mai raggiungere una
potenza quale quella degli animali più forti, dall'altro perché,
così facendo, sotrarrà tempo prezioso all'esercizio dell'animo,
unico vero strumento per raggiungere l'armonia e la serenità. Il fatto che Seneca esalti la moderazione ("labore modico") è senz'altro positivo. Però mi pare che l'atteggiamento di Seneca sia solo in qualche esplicito passaggio ispirato alla moderazione; di fatto i suoi giudizi sono squilibrati a vantaggio dell'anima, e in ogni caso troppo astratti e superfiaciali: infatti egli, che non sembra aver mai praticato sport, non tratta dell'attività fisica dal punto di vista più stimolante, vale a dire quello ludico e agonistico, ma la giudica in modo univoco, evidenziandone così solo gli aspetti estremi e quindi più negativi. Sicuramente uno sportivo moderno criticherebbe l'autore latino, giudicando che non abbia né sperimentato né capito lo sport, e quindi le sensazioni uniche che può dare. Fra queste, oltre alla gioia e al senso di appagamento e soddisfazione, ne compare una certemente più importante: quella che deriva dall'amicizia. La pratica sportiva induce a legami di amicizia, e l'amicizia a mio parere ha il potere di arricchire l'"animus" in maniera assai più consistente della filosofia, tanto amata da Seneca, la quale sicuramente aiuta l'uomo a vivere meglio, ma non gli fornisce quella completezza e quella pace interiore che l'amicizia è in grado di trasmettere. |